IL giardino segreto Mostra organizzata da Daniela Sacco e Cristina 

 

 

"Tre artiste unite in una mostra collettiva che si concentra sul tema del giardino segreto, il luogo che custodisce il sentire più intimo e personale di ognuno". 

 

Kika Bohr, Mercedes Cuman, Rossella Roli : Installazioni, disegni e diorami 

 

Vernissage: 3 ottobre, ore 19:00. Apertura mostra dal 4 ottobre al 3 novembre 2018 - Orari: da martedì a sabato, ore 16:00 – 19:00.

 

Manifiesto Blanco presenta al pubblico una nuova esperienza espositiva: una mostra collettiva, nata spontaneamente da tre artiste legate da amicizia ed esperienze comuni, incentrata sul tema del “giardino segreto”; le opere create da Kika Bohr, Mercedes Cuman e Rossella Roli intendono raccontare – attraverso le forme espressive più consone a ciascuna – quel “luogo” che custodisce il sentire più intimo e personale di ognuno.

Kika Bohr presenta tre sculture-installazioni che prendono vita da altrettante, differenti situazioni nelle quali l’individuo si trova a confrontarsi con l’altro da sé; e raccontano del rapporto tra l’autrice e gli altri, intesi come il dispiegarsi delle generazioni passate, quelle future e quelle a lei contemporanee. La prima opera (Totem) indaga quindi il rapporto con i propri antenati, qui specificamente i nonni, con riferimento chiaro al concetto dei “lari” latini. La seconda installazione (Le madri snaturate) prende in considerazione il tema della discendenza, del rapporto con le generazioni che vengono dopo di noi. La terza (A & E) si riferisce ai rapporti interpersonali, quando si oltrepassa la soglia del proprio io: interagendo con un partner, un amico, un interlocutore in una conversazione, spesso è difficile capire se si tratti di un monologo o se si sia aperta una porta di comunicazione, se ci sia stato dialogo. 

Mercedes Cuman raggiunge nei suoi diorami la “mise en scène” di sogni diversi, nei quali ci si inoltra in piccole scene di foreste e giardini fiabeschi abitati da elementi ed esseri surreali o mitologici. Il quotidiano cerca la forza dell’immaginazione per superare una realtà amorfa: questi box sono luoghi che si posizionano tra sogno e realtà, rappresentazioni dell’immaginazione concretizzata in scena teatrale, personali “fantasie” trasformate in spettacoli ideali, narrazioni libere ambientate in quel luogo che è mistero, che raccoglie paure e coraggio, giardino segreto da attraversare come rigenerazione. La partecipazione della Cuman alla mostra è poi completata da un libro d’artista.

Rossella Roli propone invece alcune opere tratte da un segmento ben preciso del proprio percorso di ricerca, quelle “valigie esistenziali” che hanno caratterizzato in modo assoluto la prima fase della sua opera, piccoli contenitori che raccolgono elementi-simbolo personali o sociali, ciascuno uno spazio dove conservare e tutelare memoria. Le tematiche-chiave che attraversano tutta la produzione della Roli si ripresentano nel secondo tempo della sua ricerca in alcune serie di disegni: in Rivolgimenti, nella struttura del disegno onirico si incastonano frammenti di fotografie antiche (a partire da ricordi di storia familiare, d’infanzia e di adolescenza) e citazioni di testi ritagliati su misura dalla letteratura psicoanalitica o femminista. Nella serie Intervalli, un’altra tematica ricorrente – una natura ancestrale dalla potenza vitale inquietante, che oscilla tra il fiabesco e il terrifico - è accentuata dalla rappresentazione di alberi senza radici che poggiano su un terreno in movimento, di figure che rimandano a forme di vita preistoriche. La più recente espressione del disegno dell’autrice, le Stratigrafie, mostra in modo forte il suo rapporto con l’esperienza grafica: forme essenziali, embrionali, in divenire, scandite da numeri, rivelano una necessità esistenziale di delimitare la sua ricerca, di creare un argine ad una natura refrattaria al controllo. 

 

 

 

 

 

 

 

 IL giardino segreto 

(testi critici)

Lo “sguardo ribaltato”di Kika Bohr

C’è  una tensione visionaria nell’opera di Kika Bohr. Che non si manifesta come automatismo espressivo, come pura fantasia, ma si pone fin dal principio come ricerca di significazione umana, di esperienza legata al vivere interiore. Sebbene infatti la sua arte sia vissuta con libertà e freschezza intuitive, i suoi variabili segni, le sue installazioni, le sue stesse figure riflettono sempre una condizione d’anima, di cui si può cogliere il riverbero, reale o simbolico,  anche nella forma più apparentemente astratta. Può darsi che il fine gusto compositivo, la capacità rara di comporre l’opera con un taglio di attenta calibratura visiva non faccia trapelare l’anima a primo sguardo o piuttosto orienti il possibile significato dell’opera verso una pura definizione allusiva. In realtà il portato del suo “messaggio” è sempre ulteriore, si prolunga oltre lo sguardo e possiede una capacità di comunicare in modo primigenio, affondando nel tessuto che lega nel profondo gli uomini, al di là di ogni convenzione comunicativa. Ciò proprio per la natura dell’arte della Bohr che riversa nell’opera una forte emozionalità intuitiva intrecciata con una ricerca di sensi e di senso. Ciò si avverte anche leggendo il suo percorso creativo, analizzando i documenti della sua arte nel loro cammino cronologico, leggendo i titoli, le stesse motivazioni che la Bohr da’ del suo lavoro. Anche la sua versatilità, che riflette una felice erranza dalla pittura al disegno, alla scultura, alla installazione, alle operazioni artistiche di più ampia definizione si interpreta nella direzione di una ricerca che riflette una fine capacità di introspezione psicologica. Tutto ciò, si accennava, è esercitato dall’artista con uno sguardo libero, con una tensione di fresco avvertimento della vita, quasi ingenuo e risonante, apprensivo, intuitivo. Che riguarda il vedere e il sentire, come testimoniano alcune opere sonore che lasciano allo spettatore la possibilità di immaginare la realtà attraverso il linguaggio dei suoni e dei rumori, orientandolo dall’interno con un vagare percettivo che si fa via via più intenso nell’avvertimento di un esistere che mentre si attua nel presente al tempo stesso guarda all’indietro, catturando il tempo e la memoria. Ciò permette anche all’artista di fare nella esecuzione dell’opera come un processo a ritroso o se si vuole ribaltato nel tempo . 

La piccola folla di cavalieri realizzati con esili grucce di metallo duttile  è come un’apparizione, che mentre si lega metaforicamente alla storia( Mille cavalli per Garibaldi è il titolo insolito dell’opera) al tempo stesso sollecita uno sguardo nuovo, un nuovo modo cioè di guardare la realtà: l’arte non è solo costruzione ma anche rinvenimento, e talora decostruzione, talora riproposta. Tutto ciò è possibile se l’artista non cerca solo l’esperienza estetica fine a se stessa, ma pone al centro della sua ricerca l’esistenza con i suoi significati e le sue ragioni, con la sua esperienza vissuta ma anche, e direi soprattutto, con la sua apertura d’anima. E’ vero, ciò accade anche all’artista inconsapevole, appartiene alla verità implicita dell’arte. Ma l’artista innovatore è colui che guarda, che sa guardare e  sa accogliere consapevolmente e ascoltare. 

La bella installazione dal titolo Madre snaturata ne è un esempio, laddove la cifra simbolica si fa più evidente e forse più criptica. Viceversa tra le sue opere recenti è senza dubbio l’installazione posta all’esterno della Pinacoteca Civica gaetana quella che maggiormente segna un punto di equilibrio, mentre quella più emblematica è  quella in metallo che campeggia sul tetto della struttura museale. La prima, ispirata all’opera omonima di Leos Janacek, dal titolo Sinfonietta, è un simbolico albero-radar che cattura messaggi d’aria marina e li rigenera all’interno di un personale vocabolario, che pone a fondamento il riuso di materiali poveri o comuni. Viceversa l’opera posta sul tetto è un invito. Rappresenta nell’esilità del suo profilo un piede o almeno una parte di esso protesa al cielo, alludendo alla necessità di camminare, abitare lo spazio  e percorrere la stessa città a piedi, liberando lo sguardo.  Una libertà spirituale, fresca, gioiosa e consapevole, nella misura in cui apre a percezioni nuove, ad una ulteriorità dell’esistere. 

La stessa libertà è alla base dei suoi presepi. Forme non solo di una religiosità semplice e popolare, ma che hanno una storia antica nella vita dell’artista. Da sempre infatti ella produce presepi, fin da bambina. E nel tempo questa piccola folla di pastori e animali, è divenuta un teatro, non solo di soggetti e oggetti, che pure nella loro semplicità quasi espressionistica appaiono straordinariamente intensi e rivelativi di una dimensione raccolta, intima e riservata e meditativa dell’esistenza, ma soprattutto un teatro interiore, in cui l’artista, donna e bambina, custodisce la sua storia e la esibisce perché altri, con lei, imparino a custodirla.

Giorgio Agnisola

 

 

Per Kika

In principio stanno Don Chisciotte e Sancho Panza. Impersonandone la parte con speciale esprit de finesse, essi perfezionano la coppia comica da sempre sulla scena di teatro e letteratura e la prestano autorevolmente a guidare strutture e motivi del romanzo nella sua piena versione polifonica, che suborna il mondo cavalleresco e ne destituisce ironicamente miti e aure.

Con arguzia e sense of humour, con leggerezza Kika Bohr usa lo schema della coppia comica, restaurata da Cervantes, per le sue installazioni, che sono altrettanti apprezzabilissimi esercizi di intelligenza.

L’uno compreso di sé, con la testa riccioluta e il filo di barba che abbiamo visto negli eroi della statuaria classica, l’altra espansa in circonvoluzioni da ghirigoro, ovvero da scarabocchio infante, smarrita perciò nelle sue forme ormai evaporate; l’uno ben piantato, l’altra instabile per gracile costituzione; l’uno modellato come convenzione vuole, l’altra torta in un arabesco senza alcuna intenzionalità mimetica; l’uno univoco, e tronfio, nella sua appartenenza al genere maschile, l’altra come transgender e plurima; l’una filiforme modello Giacometti, rastremata dopo recupero e riciclo dei materiali, l’altro ripiegato in un contenitore che è un utero refrigerante con tanti ometti inorganici conservati e ibernati, come mai nati; e tra gli uni e gli altri il vuoto, una distanza incolmabile e neppure il ponte di uno sguardo a surrogare il contatto, la parola, la comunicazione: sul filo dell’ironia e di una divertita rilettura metalinguistica della figura della coppia comica, Kika Bohr inscena la solitudine, l’alienazione, l’incomunicabilità e le liasons dangereuses nel seno della stessa famiglia, a cominciare da quella dei nostri leggendari progenitori, demistificati alla Savinio che fu grande eversore dei luoghi comuni e della bella compagnia – cosiddetta per sventato e rovinoso antropocentrismo – dell’umana specie.

Il tutto in mosse brevi ed essenziali, in installazioni ridotte all’osso come in una tragicommedia in poche battute condotta sul filo dell’intelligenza e di un garbo leggero.

E all’intelligenza ma del cuore, filtrata da una sorridente malinconia, si deve il menhir con i suoi lari, con le sue erme, con le sue formelle da piccolo albero genealogico: un totem che raccoglie insieme il privato e il pubblico, il vissuto soggettivo e il destinatario sociale nel segno della memoria individuale e della trasmissibilità della conoscenza e dell’arte, che è valore collettivo, pensiero critico, bene comune. E che si esprime nella ripulsa degli stereotipi, nella produzione di senso arricchito, nella libertà della ricerca che Kika Bohr, in anni di versatile attività, ha sempre perseguito con rigore e con coerenza                                                                                                            

 

Marcello Carlino

 

NONNI

 

Conosco Kika Bohr da quanto era bambina perché, prima di essere amica sua, ero amica dei suoi genitori, conosciuti verso i nostri vent’anni, miei e loro. 

Vissi lontana da Milano per 15 anni e quando tornai, Kika già lavorava alla biblioteca della Statale e si stava laureando in francese.

Kika ha avuto tre figlie: Michelle, la maggiore, ha due figli

che ormai frequentano le scuole medie, Elisabeth, la minore, ne ha uno di quattro anni e un’altra di otto mesi.

Ho voluto iniziare informando che Kika stessa è nonna, perché sono convinta che l’esserlo, l’esserlo divenuta, sia una delle  ragioni per cui abbia pensato – in modo nuovo, in modo diverso da prima – ai propri nonni, al “ruolo di nonno o di nonna” in generale che, prima o poi, può capitare ad ognuno di noi.

La Kika bambina, è ora nonna e Christiane, sua madre, che ha poco più della mia età, è bisnonna…

Il porta C.D., di origine chiaramente africana e che Kika (come al suo solito, ha trovato smesso, per strada), è la cornice, il supporto delle sculture dei quattro volti dei nonni materni e paterni: quattro più uno, perché i mariti della madre di sua madre sono stati due.

A dire di Kika, nonno Paul, il primo marito (terzo dal basso), era un tipo furbetto, elegantone, un po’ falso e brillante. Il secondo marito era, invece, delizioso.

Sorrido. Perché tutte le vicende, le circostanze, gli avvenimenti della vita di Kika, sembrano avere sempre un lieto fine, come questo stesso fallico obelisco nero con le sue cosce invitanti, aperte come ali.

Le nonne non si vedono, ma ci sono, eccome, anche se poi i figli porteranno il cognome del nonno.

Le teste africane che vediamo su questo lato del porta C.D., sul lato posteriore hanno un corpo: si tratta di “due pensatori”, lari e penati,  di noi tutti come lo sono i nostri nonni. Non abbiamo, tutti, origini africane?

 

La seconda installazione, A & E (Adamo ed Eva) ci mostra la scultura in gesso di una testa maschile con bocca semichiusa e sguardo concentrato, apparentemente rivolta alla persona con la quale sta parlando. All’uomo manca un orecchio e ha qualche acciacco.

Il corrispettivo di un volto femminile - installato sull’identico supporto di quello maschile, una traversina ferroviaria - non ha niente di figurativo, è invece una sorta di nevrotica e impazzita antenna televisiva – come quelle che vediamo sui tetti – tutta curve e ripensamenti nel tentativo di captare sempre, con fedeltà,  ogni possibile minimo segno e segnale maschile (?). Ogni desiderio e volontà dell’uomo?

Cosa aggiungere a questa immagine a tutto tondo del volto maschile e alla metafora della mente e dello stato interiore di una donna?

Ansiosa, insicura, mai autonoma, istintivamente tesa innanzi tutto a compiacere il proprio compagno?

Questo atteggiamento di spontanea sottomissione è stato instillato a noi donne di certe generazioni passate. Non so, forse ora non è più così e me lo auguro. Ma per quanto ci riguarda, è stato importante divenirne consapevoli, col tempo, in un nostro personale Giardino segreto, per non finire sottomesse, incapaci di riconoscere i nostri stessi desideri.

 

Le due installazioni delle quali ho appena scritto riguardano, la prima, i nonni, figure un tempo autorevoli e importanti che però assumono sempre più spesso il ruolo di genitori, quando questi, lavorano entrambi. Costoro, la generazione passata, si ripropone con tutta la responsabilità, la dedizione e la fatica di novelli, giovani padri e madri, ammirevoli per il loro compito quotidiano.

La seconda ci porta a meditare sul ruolo uomo/donna che, come sappiamo, non esige quasi mai delle particolari attenzioni da parte dell’uomo per la sua compagna, mentre, per la donna, già dall’educazione ricevuta, è implicita la dedizione e la fedeltà assoluta. Questo perché il suo compito sono i figli e la casa “suoi”, ma soprattutto dell’uomo, del suo lavoro, del suo guadagno che ha reso tutto possibile.

In questo terzo caso abbiamo invece una “madre snaturata”, condizione tra le peggiori in assoluto. In una serie di appunti della stessa Kika, l’artista scrive: “La figura feminile africana è stata trovata nel bidone della pattumiera sotto casa. Le mancava una gamba e la testa. Qualche giorno dopo ho trovato la gamba ma non la testa. Questa storia mi ha tanto turbata che ho pensato subito che la testa mancante sarebbe dovuta essere la mia”.

Morale: da parte dell’autrice c’è già un’istintivo senso di protezione per la madre “snaturata”, non c’è ombra di indignazione preconcetta, e infatti, nei suoi appunti scrive: “La terra non è una buona madre per tutti come le madri non sono per forza buone madri”. 

“Nella vecchia ghiacciaia invece, al posto del ghiaccio, statuette di putti bianchi di Capodimonte come immagini cristallizate del nostro passato. I bambinetti modello sono posti su un ripiano di cristallo, mentre al piano inferiore una testolina di terra cruda esce da una grossa radice come un bisogno impellente di crescita nella natura”.

Mi pare estremamente generoso da parte di Kika, il fatto che, nell’opera, la sua atternzione sia rivolta alla speranza che il figlio di una madre “snaturata” riesca a trovare dentro di sé la forza di voler crescere per capire, senza essersi fatto rovinare irrimediabilmente da una madre incapace.

E’ come se l’artista volesse farci capire che se una madre è effettivamente “snaturata”, lo è perché lei stessa ha avuto una tale madre, incapace d’amore, di disciplina e di positività.

Come ho già detto, conosco Kika da quando lei stessa era una bambina piccola, e la seguo nella vita e nel lavoro da quando  è divenuta madre. E’ sempre riuscita ad ammobiliare le sue case con mobili d’ogni sorta, trovati per strada nelle sue lunghe camminate per portare fuori il cane, uno dei tanti che ha sempre avuto. In lei, il bello è che ogni impresa, ogni risultato è quasi sempre collegato a un altro sforzo, un altro dovere, scelto da lei stessa, per generosità.

Ed è così che niente l’ha mai fermata. E che da nonna ha sempre la freschezza e l’entusiasmo di una ventenne.

 

Giulia Niccolai

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le madri snaturate  (per la mostra Donna Madre, Terra Madre organizzata da Stefania Scattina alla Fabbrica del Vapore, Milano 2016)

Installazione: legno, terra cruda, porcellana, cartapesta

 

La terra non è una buona madre per tutti come le madri non sono per forza buone madri. La figura femminile africana è stata trovata nel bidone della pattumiera sotto casa. Le mancava una gamba e la testa. Qualche giorno dopo ho trovato la gamba ma non la testa. Questa storia mi ha tanto turbata che ho pensato subito che la testa mancante sarebbe dovuta essere la mia.

Nella vecchia ghiacciaia invece una serie di altre teste/ritratti in terra e statuette bianche di Capodimonte come immagini cristallizzate del nostro passato.

 

Unnatural Mothers

Just as the Earth is not a good mother to all, so then may mothers not be ordained to good motherhood. The African female figure was found in the rubbish bin outside the house. It was missing its head and a leg.  A few days later I was to find the leg but never the head. I found the story so troubling that I came to think that the missing head must have been mine own.

In the old freezer however a series of other heads/portraits in clay and white Capodimonte statuettes just like crystallised images of our past.

 





Dio non è più qui!

 

Installazione metallo, gomma e nastro adesivo 100x161x130 cm

Cassaforte, piede di lampada, frammenti di pavimento

 

 

Cosa nasconde una cassaforte? Un tesoro! Qualcosa di prezioso, come l’Arca dell’Alleanza conteneva i testi sacri o il tabernacolo le ostie benedette. La cassaforte è aperta, scassinata. Può ricordare il sepolcro di Cristo apparentemente violato, ma può essere anche un’apertura verso qualcosa di nuovo…

 

Il piede di lampada a forma di spirale. Lampada = luce, quella che cerchiamo a volte inutilmente. Qui non abbiamo più portalampade né lampadine. Rimane il potente segno della spirale, sacra in molte religioni e culture ,simbolo di evoluzione spirituale, anche per Dante Alighieri è un simbolo forte presente sia nell’Inferno che nel Purgatorio.

 

Nel rettangolo in nastro adesivo blu, di “divina proporzione” ossia con misure secondo la sezione aurea che richiamano gli studi dei pitagorici, navigano pezzi di pavimento in gomma azzurra:  frammenti imprecisati, rettangoli come prove di colore, onde, nuvole orientali in forma di vortice, noumeni che richiamano il cielo in terra. Qualcuno ci cerca?

 

Dio non è più qui!
Dio non è più qui!

I PRESEPI

presepe domestico 2013 per mostra a Quarto Oggiaro (Villa Scheibler)
presepe domestico 2013 per mostra a Quarto Oggiaro (Villa Scheibler)
presepe domestico (particolare)
presepe domestico (particolare)

Catalogo della mostra I PRESEPI - Pinacoteca Comunale di Gaeta - 8/12/2013-10/1/2014

A piedi in città (2005-2012)
A piedi in città (2005-2012)

A piedi in città

Nel caos cittadino di ogni giorno, con l’instaurazione dell’ area C a Milano si sta sperimentando un nuovo modo di vivere la città. Uno dei modi di muoversi in modo sostenibile è l’andare a piedi. Tutti a piedi! A scuola a piedi, la spesa a piedi, al lavoro a piedi (o in bici o con i mezzi). La prospettiva evidentemente cambia. Si vive raso terra, si vede e incontra più gente, le ore virtuali passate al computer sono contrastate da esperienze reali. Camminare in città non è come camminare nella natura! Ma può ugualmente essere un’esperienza bellissima. La scultura in ferro di un piede (anzi una punta di piede all’insù, come una piccola torre Eiffel a scala umana o un grande ex-voto laico) vuole invitare a questa riflessione.

Kika Bohr

 

“A piedi in città” scultura in ferro, 1,80x2,50 h 3 m.

Milano, mostra Orti d'artista, il Raccolto, giardino della Biblioteca  del Parco Sempione

14-21/4/2012 (ora a Gaeta, installazione permanente per Pinacoteca Comunale di Arte Contemporanea "Giovanni di Gaeta")

"A piedi in città" sul tetto della Pinacoteca G. da Gaeta (2013)
"A piedi in città" sul tetto della Pinacoteca G. da Gaeta (2013)
i semi della pittura 2012
i semi della pittura 2012

i semi della pittura

opera in parte commestibile benchè non troppo digesta. E' a base di sgombri e patate con un bel po' di pepe. Il tutto con una cornice recuperata da souvenir del Marocco...

Un ombra di cioccolato ricorda il mito della nascita della pittura come ombra della persona amata (secondo Erodoto) , i pesci quello del "gyotaku", pittura d'impronte di pesce, antica tecnica giapponese. Le patate cotte a roesti accennano scherzosamente al paese che mi ha dato i natali, la Svizzera e perchè no? al famoso quadro dei "mangiatori di patate" Le patate "pommes de terre" rappresentano anche la terra in cui semino questi pesci... 

Kika Bohr per "Arte da mangiare - mangiare arte" LA SEMINA, Milano

 

“La Mèr(e)”

Laura Cristin, in arte She-rena, ricostruisce metaforicamente il 'suo' tempo nel giorno del 15 ottobre (2011). Capita a Milano (45n28, 9e12) nell'installazione ready-made “le gabbie del tempo” di Kika Bohr. Ogni gabbia – che originariamente era servita per il trasporto di antichi vasi cinesi – è diversa, come gli attimi della nostra vita. Così il tempo 'personale' di Sheren, che ritorna a un 15 ottobre (2005) in cui, a Latitudine 38n48 e Longitudine 18e21, si trovò davanti a due Mari – Adriatico e Ionio – che si incontrano. I diversi frammenti di tempo – legati per lo più a esperienze e incontri 'di viaggio' hanno tuttavia qualcosa di universale perchè gli umani e naturali eventi avvengono sotto uno stesso cielo. Sono ricordi che non sono memorie perchè vivono ancora, rivissuti e ricreati nel fluire di un'unica onda (sonora). E' la Musica – dei veli di polietilene, del bastone della pioggia, dei sonagli sul cuore... che si intreccia con la “Ballata_foglie” di Dario Della Rossa – il trait d'union, il filo del tempo che ogni volta scompone l'onda e la rigenera in nuove forme e sonorità. E' l'acqua metaforica vivificante che il francese esprime bene con 'mèr', che è foneticamente sia Madre (mère) che Mare (mer). Così, anche le gabbie diventano nasse senza reti, nelle quali i pesci possono liberamente guizzare.

“Siamo tutti nello stesso Mare, tutti nello stesso Tempo”

Laura Cristin

 

(testo per la performance di Laura 15/10/2011 presso lo studio di Kika in via Jenner a Milano)

 

la terza gabbia è per te
la terza gabbia è per te

La terza gabbia è per te

 

Le due bambine, ispirate a mia figlia Elisabeth quando giocava negli scatoloni di cartone, sono fatte di filo di ferro ricoperto di tela, trattata come l’imprimitura delle tele da dipingere. Le scatole indiane di latta sono di recupero. Portano all’interno delle scritte dell’olio per camion. In una c’è anche dipinta una piccola Vespa. Alcune persone vi vedono claustrofobia, altre protezione, utero materno. Le gabbie in ferro zincato sono contenitori dell’inizio novecento per bottiglie di vino. Ho dovuto togliere un piano di rete che serviva a tenere le bottiglie per metterci dentro le scatole con le bambine. Anche le gabbie sono ambigue. Protezione o contenzione? La terza gabbia è per te, pensaci. 

Kika Bohr 

 


(mostra Human Rights? 2011,  Rovereto, Fondazione Campana dei Caduti, a cura di Roberto Ronca)

 

 

 

 

 

 

1000 cavalli x Garibaldi!

 

APPELLO!

 

Cari amici tutti,

 

Portatemi le vostre grucce di metallo della tintoria!

Saranno trasformate in cavalli

per un'operazione gratuita in ricordo del bicentenario di Giuseppe Garibaldi

che tanto faticava a trovare cavalli per le sue battaglie

 

Parteciperete così anche voi a un'atto di puro idealismo

e sarete iscritti nella lista dei donatori!

 

Kika Bohr

 

 Milano, 30 gennaio 2008

(raccolta fino al 25 febbraio)

 

Come per un impresa risorgimentale e cospirativa c’è stata lunga preparazione ed entusiasmo collettivo. Negli incontri personali le grucce diventavano improvvisamente preziose. Più di cento grucce sono state da me trasformate… e ancora me ne stanno arrivando! I cavalli fantasma hanno preso finalmente vita  ed eccoli  pronti per le loro battaglie : le nostre chimere. Le grucce sono punti interrogativi.

E’ bello lavorare sentendo che uno slancio utopico e giocoso può essere condiviso.

 

Si ringraziano particolarmente: Gloria Giobbi, Silvia di Ciacco, Sara Gramaccini, Antonina Di Ciaccio, Andrea Musumeci,  Marilisa Buccione, Maria Teresa Paladini, Edoardo Epis, Amedeo Jacovella,  Franca, Mercedes Cuman, Laura Cristin, Elisabeth Bohr, Josephine Capanna, Roberto Capanna, Christiane Ecoffey, Damiano Alberti, Adele D’Arcangelo, Roberto Menin, Elisabeth Menin, Michelle Menin, Daniela Sacco, Maria Bax, Gloria Piana, Luisa Taliento, Alberta Girardi,  Maria Grazia Recrosio, Nicola Voso, Elena Zaccheroni, Lucia Scaldapane, Camilla Mariani, Maria Giulia Longhi Ratti, Leonardo Servadio e Maria Carreras i Goicoechea per la traduzione spagnola

 

 

  La prima mostra a cui questa installazione di dimensioni variabili ha partecipato è stata quella di "Garibaldi200years" organizzata da Enzo Marino a Montevideo/Uruguay per il bicentenario di Garibaldi. I cavalli sono poi arrivati a Napoli e a Lecce e a Gaeta (Pinacoteca comunale d'arte contemporanea)  e continuano e continueranno a girare e ad essere prodotti fino ad arrivare a quota mille.

 

 

Kossuth dice ciao a Ensor
Kossuth dice ciao a Ensor
Kossuth dice ciao a Ensor
Kossuth dice ciao a Ensor
Kossuth dice ciao a Ensor
Kossuth dice ciao a Ensor
allo spaziobroggi5
allo spaziobroggi5

Mostra del 4-11 maggio 2009

“OH CHE BEL CAPPELLO DIRUNDIRU DIRUNDERA”

di Giulia Niccolai

   

Cosa uscirà ‘sta volta dal cilindro del mago?

O è piuttosto questione di prendere il tè dal Cappellaio Matto?

Sì, perché proprio di cappelli si tratta! Frivoli, ragionevoli e sensati, che tengono caldo, riparano dal sole, repellono la pioggia,  ricoperti di fiori, cosparsi di frutti, fluttuanti di piume, grandi, piccoli, stretti, larghi, con o senza veletta malandrina…  Insomma, cappelli! Quel famoso “tocco finale” dell’abbigliamento –  Borsalino e Chanel – quella “ciliegina sulla torta”, prima di un ultimo sguardo allo specchio (con silenziosa approvazione),  poi si sarà pronti a uscire e  conquistare il mondo!

   Il cappello un po’ nasconde e protegge e un po’ sa fare anche il contrario: accentua e sottolinea  l’enigma di un volto. Dipende dall’angolazione e dallo stato d’animo di chi lo indossa.

   Tre donne, una modista professionista e due artiste – anch’esse appassionate di cappelli – si incontrano in una galleria d’arte e ci raccontano la loro storia, i loro giochi, il loro amore  per l’oggetto cappello.

   Mercedes Cuman (lontana discendente della Sibilla Cumana?) decisamente un po’ maga, all’Accadema di Brera fece la sua tesi sul cappello. Una ventina di amici, uomini e donne, che erano venuti ad ascoltarla, indossavano suoi modelli, tra cui il bianco “Cappello della Santa”. Fare cappelli è un aspetto, una forma felice e gioiosa della sua creatività.

   Si dice che all’origine del suo amore per i copri capo  ci sia il fatto che soffra spesso di emicranie. E pensare che io invece non indosso mai cappelli perché mi danno il mal di testa! Il suo esatto contrario. Ma pare che Mercedes intitolerà la sua mostra Mal di testa, il che è senz’altro valido per entrambe.

   Nello spazio di BROGGI 5 i cappelli di Mercedes saranno esposti ognuno su uno stelo di ferro, proprio come nei negozi specializzati, e potrebbero essere tutti bianchi, come tante camelie. Un omaggio alla Signora letteraria e musicale?

   Fiammetta Penazzi è modista professionista, e ha studiato il mestiere a Firenze, in  Francia e in Spagna. Ha il suo laboratorio in Viale Montello  e lavora per la haute couture, le famose case di moda milanesi.

   Appenderà i suoi cappelli a  fili che scendono dal soffitto. Chi li vorrà indossare, non dovrà fare altro che mettersi sotto l’uno o l’altro, calcarselo bene in testa, guardarsi allo specchio, et voilà, les jeux sont faits!: eccomi ogni volta dentro un personaggio diverso! Chiamerà la sua installazione Divertissement.

   Conosco Kika Bohr (la seconda artista), da quando era bambina, e di lei comincio col dire che il fatto di avere sempre avuto cani, le ha permesso di arredare le tre case che ha abitato negli anni.

   Sì, perché chi ha un cane, lo dovrà portar fuori a passeggiare almeno tre volte al giorno, e queste camminate nei quartieri che ha abitato, le hanno sempre fatto trovare di tutto: sedie, divani, librerie, tavoli smessi ecc. accatastati e in attesa del camion della pulizia urbana.

   In questo stesso modo, per strada, sotto una pioggia scrosciante, la sera di Halloween, appena girato l’angolo di casa, cominciarono a venirle incontro dei cappelli quasi semoventi su certi rivoletti d’acqua del marciapiede. Ne individuò la fonte in due scatoloni zuppi e sfasciati davanti a un portone. Da lì, come pulcini fuggitivi, prendevano il largo ben 65 feltri e velours degli anni Quaranta e dintorni, e Kika se li portò tutti a casa.

   La sua mostra ha per titolo Kossuth dice ciao a Ensor (Kossuth says hello to Ensor) perché i colori dei cappelli le ricordano i  quadri di Ensor. Questi sessantacinque cappelli aderiranno a un telone nero su telaio e grazie a un marchingenio di stringhe da scarpe e tubicini di plastica - che serviranno da maniglia - si potranno alzare per vedere la “sorpresa pasquale”, l’immagine che ogni cappello cova, nascondendola sotto di sé.

   La mostra delle due artiste Cuman e Bohr inizierà il 4 maggio, e quella della modista professionista, Fiammetta Penazzi, il lunedì successivo, 11 maggio.

   Auguri e chapeau alle tre signore e allo Studio Broggi che le ospita!

 

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Kosuth says hello to Ensor

 

[... ]L'individuo si confonde nella collettività o nella massa solamente se non viene identificato; nell'istante in cui si pronuncia un nome si passa dal caos della folla all'ordine di un concetto-poco importa che le relazioni nascano casualmente per contingenze di tempo e spazio, poco importa se il disegno del destino appare fortuito: l'importante e' saper avvicinare e raccogliere i cappelli di quella parte di folla che e' anche porzione di noi, della nostra esistenza. In branco altro non rappresentiamo che le maschere adulatorie e bugiarde nei confronti di un povero Cristo che entra in una città aliena; nella singolarità di uno sguardo appare il rovescio della medaglia.

Kosuth ed Ensor si salutano: la catalogazione e la sinteticità del primo artista e' parte dell'universo spaiato del secondo: mettere ordine nel mondo, separando cio' che nulla e' distante appare ancora impossibile: sotto un cappello, tra la folla, un nostro volto.

(Matteo Bergamini, introduzione alla mostra Dirudiun Dirundera)

invito Broggi 5
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